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Diritto di critica | January 29, 2023

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L'Isis e il ''gioco sporco'' della Turchia - Diritto di critica

di | 07 Ott 2014Aggiungi questo articolo al tuo Magazine su Flipboard

I terroristi dell’Isis stanno entrando nella città curda di Kobane. Dopo giorni di violentissimi scontri tra peshmerga curdi e miliziani dell’Isis, lo Stato Islamico ha issato la bandiera nera su una collina nella zona orientale della città, vicina al confine con la Turchia. I miliziani curdi stanno tentando da giorni una difesa disperata ma i terroristi hanno circondato Kobane su tre lati, a sud, est e ovest, mentre a nord c’è il confine con la Turchia. Secondo quanto dichiarato da alcuni capi peshmerga, l’Isis bombarda la città con artiglieria pesante da una collina recentemente occupata. Un bombardamento che bersaglia indiscriminatamente miliziani e civili.

Pochi giorni fa, sempre a Kobane, alcuni miliziani curdi, sette uomini e tre donne, erano stati decapitati dai terroristi dell’Isis, mentre la diciannovenne Ceylan Ozalp si era suicidata per evitare di cadere nelle loro mani. Trenta peshmerga sono invece stati uccisi in due attentati suicidi nella città siriana di Hasakah, nord-est del Paese, ad oltre 140 chilometri da Kobane.

Lo sporco gioco della Turchia

Nonostante l’Isis sia praticamente arrivato al confine e nonostante che diversi colpi di mortaio sparati dai jihadisti siano caduti in territorio turco, il governo Erdogan non ha mosso un dito. Fatto curioso e sorge lecito chiedersi cosa avrebbe fatto il leader islamista turco se fossero state le forze di Assad a far piovere colpi oltre confine.

Non è possibile, non muovono un dito…. Non stanno facendo nulla per contrastare l’ISIS, non reagiscono nemmeno quando i mortai raggiungono il suolo turco!” spiega esasperato Gornan, un abitante di Kobane che ha la casa proprio sul confine.

In realtà un intervento le truppe turche lo hanno fatto, ma contro decine di giornalisti e civili, principalmente curdi, che si avvicinavano al confine per documentare l’assedio della città e l’immobilità dei militari di Ankara davanti al massacro. [1] Al di là di questo, la Turchia ha provveduto a rilasciare ben 160 terroristi dell’Isis in cambio di 46 diplomatici turchi sequestrati cinque mesi fa a Mosul.

Insomma, se il governo di Ankara non ne vuol sapere di contrastare i jihadisti sembra che neanche la coalizione messa in piedi in fretta e furia da Obama voglia prendere in considerazione la possibilità di bombardare pesantemente le postazioni Isis attorno a Kobane, forse per non scontentare il riluttante alleato turco.

Secondo l’attivista curdo Mustafa Ebdi i bombardamenti della Coalizione hanno colpito l’area di Mishtenur, dove non vi è però alcuna postazione dell’Isis. Non risulta chiaro che senso possa avere bombardare una zona dove non vi è presenza di jihadisti quando risulta evidente la loro concentrazione in altre zone attorno a Kobane.

Una strategia fallimentare quella degli attacchi aerei, come illustrato anche dal generale britannico Sir David Richards che ha affermato come la scelta di bombardare senza una complementare strategia di terra sia assolutamente insensata.

In poche parole, il massacro messo in atto nei confronti dei curdi non interessa a nessuno e risulta evidente che la priorità di Ankara sia un’altra, come dichiarato dal premier turco Ahmet Davutoglu: “La Turchia invierà i propri militari sul terreno in Siria solo se la strategia Usa includerà anche la destituzione di Assad”. Una specie di ricatto insomma. La Turchia si impegnerà a fermare l’Isis solo se tra gli obiettivi dell’intervento c’è anche il rovesciamento dell’alawita Assad; la priorità resta quella di spezzare l’asse sciita.

Le motivazioni di Ankara

Ankara ha due motivi principali per non voler intervenire contro l’Isis e non si tratta di certo per paura di “ritorsioni” da parte dei jihadisti, una versione a cui non crede più nessuno ormai.

In primis vi è il problema interno con i curdi; ovvero, se l’Isis dovesse essere sconfitto, i curdi del PKK/PYD prenderebbero il controllo di buona parte del confine tra Turchia e Siria, fatto inaccettabile per Ankara; dunque i curdi devono essere indeboliti a Kobane e nelle altre zone a ridosso del confine. Una mossa certamente non brillante visto che a rischio c’è il processo di pace tra PKK e Turchia con potenziali conseguenze disastrose, ma è evidente che tutto ciò a Davutoglu e Erdogan non interessa, anzi, forse è proprio quello a cui mira il governo turco.

Ankara è poi andata ben oltre, impedendo ai volontari curdi giunti da ogni parte della Turchia di attraversare la frontiera per unirsi ai peshmerga. Fatto curioso visto che per mesi e mesi miliziani jihadisti hanno trovato rifugio e facile accesso in Siria proprio dal confine con la Turchia.

In secondo luogo vale la pena chiedersi quanto il governo di Ankara sia realmente anti-Isis o comunque contrario a un eventuale “Califfato”. E’ stato già sottolineato prima come per lungo tempo i jihadisti hanno trovato appoggio logistico in abitazioni in territorio turco a ridosso del confine siriano. E’ inoltre ormai ben noto come gran parte dei jihadisti occidentali unitisi all’Isis siano passati proprio per la Turchia (fatto documentato dall’ICSR), tanto che diversi elementi sono stati fermati dalla polizia in UE proprio mentre erano in procinto di imbarcarsi su voli per Istanbul.

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