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Diritto di critica | December 4, 2021

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Disastri ambientali, "Le fabbriche killer ci devono 220 miliardi"

Secondo un dossier dei Verdi, Ilva, Eternit e le altre non hanno sborsato un euro di risarcimento per i danni al territorio e agli abitanti

«Chi ha inquinato e attentato alla salute dei cittadini in Italia non ha mai pagato». Il portavoce del movimento dei Verdi, Angelo Bonelli, riassume così i dati raccolti solo sugli ultimi dieci anni di processi e provvedimenti a carico di industrie di mezza Italia. Alla faccia della direttiva europea del 2004, che sancisce la responsabilità soggettiva delle fabbriche che hanno causato danni al territorio e alla salute di chi lo abita. 220 sono i miliardi che le aziende dovrebbero sborsare per i risarcimenti previsti dalla legge, ovvero la bonifica dell’area interessata, i costi ambientali, la cura dei pazienti ammalati a causa dell’inquinamento. Invece niente. Tutto annullato o bloccato. Basti pensare che tra il 2004 e il 2013 i Tribunali italiani hanno preso atto di ben 80mila prescrizioni per reati ambientali. Un’enormità.

800px-ILVA_-_Unità_produttiva_di_Taranto_-_Italy_-_25_Dec__2007I simboli dell’ingiustizia Il caso più eclatante è quello dell’Eternit di Casale Monferrato: i responsabili, condannati a 18 anni per «disastro ambientale doloso permanente», sono stati salvati dalla prescrizione del reato, avvenuta nel novembre scorso. Una beffa assurda, “all’italiana” potremmo dire, che ha annullato anche i risarcimenti di 20 milioni di euro destinati alla Regione Piemonte e i 30,9 milioni per il comune di Casale Monferrato. Qui, e nei dintorni, le persone continuano ad ammalarsi e a morire per colpa di chi trent’anni fa disperdeva amianto nell’aria come fosse profumo. E che dire dell’Ilva di Taranto: il governo Renzi ha firmato la vigilia di Natale il settimo decreto “salva Ilva”, che propone, sì, il risanamento dell’area per rivendere poi l’azienda al prezzo di mercato, ma che di fatto ignora le sentenze del Tribunale a carico degli ex proprietari, non parla di sequestro dei loro beni per avviare i risarcimenti, e prevede l’immunità (civile e penale) per il commissario straordinario che subentrerà a breve e per i futuri acquirenti. Quindi chi pagherà gli 8,5 miliardi di danno ambientale stimati dalla Procura di Taranto? Secondo le stime dell’Arpa Puglia, anche attuando il piano ambientale previsto dal decreto, il rischio di ammalarsi per le 25mila persone più esposte al pericolo si ridurrebbe solo del 50 per cento.

Una lunga lista Ma l’elenco delle fabbriche impunite è lungo e comprende anche il Petrolchimico di Agusta in Sicilia (12 miliardi di danno), la Ex Stoppani a Cogoleto (Genova, 1,3 miliardi) e la Caffaro di Brescia, che ha prodotto fino al 1983 i policlorobifenili (PCB), sostanze chimiche tossiche al pari della diossina. A tutt’oggi, nelle scuole vicine all’area della fabbrica i bambini non possono calpestare l’erba. E i risarcimenti per 1,5 miliardi di danni ambientali non arrivano, perché la Caffaro è fallita, e di soldi non ce ne sono. E ancora: il Ddt scaricato dalla Syndial (Eni) nel fiume Toce, tra il 1990 e il 1996, ha inquinato anche il Lago Maggiore; nel 2008 la condanna da parte del Tribunale di Torino. Risarcimento richiesto: 1,9 miliardi di euro. A Porto Tolle (Rovigo) la centrale Enel di Polesine Camerini, che ha emesso gas serra derivati da oli combustibili, ha prodotto, secondo l’Ispra (l’Istituto per la protezione e ricerca ambientale), un danno sanitario di 2,7 miliardi, più un ulteriore miliardo per omessa ambientalizzazione. Il procedimento ha portato nel 2011 alla condanna degli ex amministratori delegati di Eni ed Enel. I reati penali, però, nel frattempo si sono prescritti. Con il processo Enel-bis si è concretizzata l’ipotesi di un risarcimento economico da parte del colosso Enel.

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