La Cina? Non è un paese per ricchi

Sono i più facoltosi, sono gli imprenditori che hanno accumulato cifre da capogiro in Cina e ora stanno pensando di investire e trasferirsi all’estero. La tendenza è stata fotografata dal rapporto “Private Wealth Report 2011”, che rivela come la maggioranza dei cinesi con più di 10 milioni di yuan (1,53 milioni di dollari) sia attratta dall’idea di investire in altri paesi. Quasi il 60% delle persone intervistate sostiene di aver già acquistato immobili o aver avviato attività fuori dalla Cina, oltre a possederne in patria.

Consistenti, anche per i ‘super-ricchi’, gli investimenti all’estero: secondo la ricerca, il 27% di coloro che hanno un patrimonio personale superiore ai 100 milioni di yuan (oltre 10,5 milioni di dollari) è già emigrato, mentre il 47% sta pensando di lasciare la Cina. Le statistiche dimostrano che la tendenza è reale: secondo il sito Caixin, il tasso di crescita annuale, per quanto riguarda gli investimenti extraterritoriali, si è avvicinato quasi al 100%, tra il 2008 e il 2010.

La fuga di facoltosi e mecenati sta allarmando il governo cinese. Cosa c’è all’origine del fenomeno? Tra le cause ci sono inefficienze e carenze dello stato: leggi, regolamenti, sistema di istruzione, benessere sociale, condizioni climatiche, sicurezza alimentare, burocrazia. La diffidenza verso le istituzioni nel paese asiatico crea, nei cinesi più abbienti, una precarietà nei rapporti inter-personali, mancanza di sicurezza (anche per il proprio patrimonio) e incertezza per il futuro.

La ricerca è in linea con altri studi precedenti: il popolo cinese è depresso, nonostante l’altissimo tasso di crescita economica, lontano anni luce dagli Stati Uniti e dall’Europa. Secondo l’indagine commissionata da “Gallop Wellbering”, solo il 12% delle persone intervistate ha definito “florida” la propria situazione economica, il 17% “sofferente”, mentre il 71% “fatica ad affermarsi, in perenne lotta per la sopravvivenza”.

Il numero dei cinesi che sente che la propria vita stia migliorando è pari a quello degli afghani o degli yemeniti, mentre coloro che ‘faticano ad affermarsi’ sono gli stessi di Haiti, Azerbaijan e Nepal. Gli studi sulla popolazione cinese fotografano due realtà diametralmente opposte: da un lato la popolazione povera, costretta a lavorare in patria; dall’altra i ricchi che si lamentano e si stanno preparando a lasciare il paese. Il divario tra classi sociali sta aumentando sempre di più e rischia di alimentare tensioni. L’eventuale fuga degli imprenditori cinesi potrebbe avere conseguenze molto gravi sull’economia del paese.

Di Alessandro Proietti

romano, 28 anni, è giornalista professionista, iscritto all'Ordine dei giornalisti del Lazio. Mi sono laureato in editoria, comunicazione multimediale e giornalismo alla Sapienza. Ho collaborato con le redazioni “All News” e “Sport” di Radio Rai, con l’emittente televisiva 7 Gold. Nel 2007 ho conseguito un diploma di “Cinema e televisione” presso l’Ucla di Los Angeles. Ho collaborato, inoltre, con l’Agi nelle redazioni “Nazionale”, “Esteri” e “Olimpiadi 2008”. Nel 2009 ho fatto uno stage alla redazione romana della Gazzetta dello Sport e nel 2010 uno stage nella redazione giornalistica di RDS. Ho conseguito un diploma di “Dizione e fonetica”, con il doppiatore Rai Alberto Lori. Ho partecipato ai seminari di formazione annuali, nel 2008 e 2009, organizzati dalla Comunità di Capodarco e dall’agenzia Redattore sociale. Ho preso parte al seminario “Mass media, salute e Migrazioni”, presso l’ospedale Bambin Gesù. Mi interesso di sport, cronaca nera, cinema e sociale.